Il "Rosa" che aiuta - Rivista IDEA

Articolo del 01-04-2010

Da anni si sente parlare di “quote rosa”, ma nella pratica tutto rimane sempre com’è. O, almeno questo vale a livello generale, perché, se si prendono in considerazione singoli casi, si possono riscontrare piacevoli eccezioni, a volte proprio in quegli ambiti in cui meno ce lo si aspetterebbe. Ne è una “prova provata” il gruppo “La Cattolica” di Bra che può contare su quasi metà del personale al femminile. Il settore di competenza in cui opera Armando Verrua, ovvero quello delle onoranze funebri, non pare certo tra i più semplici e non è così frequente incontrare donne che vi lavorino.

Nel caso del gruppo braidese (che, oltre all’omonima impresa operante a Bra e Cherasco, comprende anche la “Cavallotto” di Alba e Grinzane Cavour, la “Culasso” di Neive e la “Longo” di Cherasco), alla nutrita presenza in rosa fa eco una convinta soddisfazione. A partire dagli stessi Armando Verrua e dal figlio Viviano, i quali sottolineano: «La presenza femminile nel nostro gruppo dà un tocco di delicatezza e riguardo maggiore che, uniti a una sensibilità diversa rispetto a quella maschile, non può che rappresentare un valore aggiunto. Mi rendo conto che i familiari dei defunti hanno più facilità a relazionarsi con loro, si sentono più a proprio agio e anche ciò, in fin dei conti, significa rendere un servizio migliore, cosa che è la nostra prerogativa da sempre e ci induce a cercare di proporre il nostro metodo di lavoro su un’area sempre più estesa».

Ovvio che non basti essere donna per garantire la qualità del servizio. Per farlo serve professionalità, quella garantita da Marina Milano, la quale ha alle spalle un’esperienza di oltre nove anni, interrotta per altri impegni lavorativi e ripresa da una decina di mesi: «A me questo lavoro è sempre piaciuto molto. Per un po’ ho smesso per fare altro e poi, cuore di mamma, mio figlio Viviano mi ha detto che avevano bisogno di una mano, anche solo qualche ora. Ma un’attività del genere ti coinvolge a 360 gradi e non riesci mai a limitarti a qualche ora, anche perché, in fondo, per me è un modo per lavorare a contatto con mio figlio e un gruppo di persone con le quali mi trovo bene. Così ho ripreso, facendo un po’ da jolly e mettendo la mia esperienza, maturata negli anni, al servizio della causa». Innamorata del suo lavoro è anche Cinzia Daga, altra colonna portante del gruppo, impegnata soprattutto a seguire le pratiche di Bra: «Lavoro a “La Cattolica” dal 1994 e ho iniziato questo lavoro perché aiutavo il figlio di Armando a fare i compiti. Quando mi hanno prospettato la possibilità di lavorare nell’impresa di onoranze funebri, subito ho pensato “Neanche per sogno!”, perché non mi ritenevo una persona adatta a questo tipo di impiego. Invece mi sono ricreduta in fretta perché mi hanno dato immediatamente molta responsabilità e il rapporto con gli altri componenti del gruppo e i clienti è davvero ottimo. Sono una persona che non si è mai lamentata di niente, ma questo lavoro mi ha insegnato a farlo ancora di meno. Ormai non potrei stare senza questa attività lavorativa: da meno di un anno ho avuto un figlio, ma sono stata contenta di tornare al lavoro, perché mi trovo davvero bene e mi piace quello che faccio. E poi, a parte le incombenze burocratiche, ti senti partecipe delle emozioni di chi si rivolge a te. Il giorno in cui lo facessi in maniera fredda, senza che mi lasci niente, smetterei di farlo».

Anche Elena Raimondo, che si occupa della “Cavallotto” di Alba e Grinzane Cavour, ha un decennio buono di esperienza alle spalle: «Venti giorni dopo aver dato la maturità ho cominciato a lavorare qui, prima con il precedente titolare e dal 2002 con Armando. Come le mie colleghe, curo il primo contatto con la famiglia del defunto, organizzo il funerale, mi accordo con uffici comunali e sacerdoti. Non è un compito semplice, perché molte procedure differiscono da paese a paese, ma con il passare degli anni si instaura un rapporto di conoscenza reciproca che permette una buona collaborazione. Se la parte burocratica, a un certo punto, diventa una forma di routine, di fronte al dolore di chi lo manifesta si rimane comunque e sempre sensibili e si prova sempre la stessa soddisfazione nel vedere di essere riusciti a dare sollievo a chi si trova di fronte a un evento così difficile, magari ascoltando o, se possibile, provando a regalare un sorriso. Anche con gli abitanti del paese il rapporto è ottimo: mi salutano, mi fanno qualche battuta simpatica e certe signore, quando passano davanti al mio ufficio, entrano anche soltanto per dirmi un semplice “Ciao!”». Alle tre “veterane” si è aggiunta da meno di sei mesi un’altra presenza “in rosa”, quella di Marina Pitzianti, la quale si occupa della “Culasso” di Neive. Anche le sue considerazioni riguardo al lavoro svolto sono in linea con quelle delle sue colleghe: «Per me l’impatto con questo mondo è stato piuttosto facile, più del previsto rispetto a quanto immaginavo, anche per merito delle persone che mi hanno affiancato durante l’apprendistato. è un lavoro che mi piace, in particolare per il fatto di avere la possibilità di aiutare le persone nel momento in cui ne hanno più bisogno e non sanno davvero come muoversi, perché si tratta di una circostanza particolare in cui ci sono tante cose di cui occuparsi e non si sa davvero da che parte cominciare e in cui posso dare loro un appoggio totale, occupandomi, è ovvio, della parte burocratica, ma anche con una parola di conforto»

Scarica pdf